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Mario Saccomanno

Poesia pubblicata il 09/01/2019 | 180 letture

Ci setaccia al fianco con fugace
affanno le antiche
crepe. E con struggenti fatiche,
se è ferma e tace,
lei scaccia il freddo col lento
frusciar cadenzato del vento.

Si ristora nei cuori inumani,
ma non in quel comune
e odierno sentirsi già immune
con un batter di mani
festanti, spregevole dose
nel lento andar delle cose.

Chiamano inumano: il volere
spazzati i confini
e il prendersi cura nei giardini
dei fiori che cadere,
spirare, morire non sanno,
fra stelle, nel cielo, in affanno.

Si dica inumano: il folle grido
di chi cade nel vuoto;
il cercare in volo o a nuoto
il suo prossimo nido;
il troppo, il tanto soffrire;
le stragi; le guerre o il morire!

“Ma che banalità – loro diranno
con sguardi rocciosi –
speriamo che quei pazzi spaventosi
mai più si udiranno”.
Son cori che canta la gente
e offuscano il cuore e la mente.

Ti spingono a dire che la luce
è il male più oscuro,
donano tutto al roseo futuro,
timone che conduce
a un mare già chiuso e serrato,
all’odio d’un te rispecchiato.

E vanno, e vanno, e vanno per il mondo,
quasi fosse un gioco...
Con odio alimentano il fuoco
le unghie che nel fondo
si scavano tracce nei tomi
finendo strappandosi i nomi.

Può stare al tuo fianco per donare
una nuova speranza
e va leggero, a passo di danza,
il tuo girovagare.
Ed ecco, sparisce il dolore,
d’un tratto conosci l’amore!
 
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Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza il consenso dell'Autore.


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