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Giampaolo Ventoruzzo

Poesia pubblicata il 07/04/2020 | 958 letture

Il grasso carneval era finito
e il tempo del digiuno si mostrava,
per prepar la mente e il core nostro
alla novella vita che chiamava.

Ma da lontan si mosse a noi incontro
sì perfido malanno incoronato
ch’all uom venia trasmesso, senza colpa,
per animal che in ciel s’era volato.

Quel dal Catai si mosse a nostra volta,
senza mostrar per primo il proprio corpo,
così nessun s’avvide de lo male
che si facea portar a peso morto.

Rivossi ai nostri lidi a volo d’ale,
senza rumor e senza impedimento,
e tutte empì di sé quelle contrade
che niun avea sentor di quel tormento.

Come l’insetto nella morsa cade
dell’odoroso fior che lui richiama
e porta seco nettare e sue spore
per fecondar con esse la sua dama,

così quel morbo, che da solo more,
a gocce di respiro si concede,
poscia ch’entrato al polmone mira
d’ogni novello uom, e lì risiede.

Del novo loco ogni parte gira
e nutre sé con l’ospitante dono
che toglie al vivandier l’aria che spira,
al suo operar cancella ogni perdono.

Ognun s’affretta, a vita aspira,
d’abbandonar del viver vecchie forme
onde quel morbo infame alla sua casa
non trovi ove porre le sue orme.

Ma lo malanno sua fortuna basa
sull’uom che si distrae o non si cura
d’ogni consiglio buon de li sapienti
che chiaman tutti a porre gran premura,

perché quel mal farà maggiori assenti
tra chi per sua età è più vicino
all’ultimo gradin di sua fatica
e solo, alla morte, fa l’inchino.

Dura che vita resti ancora amica
d’ogni diletto coltivato pria
e l’uscio aperto per nessuno era
onde poter fuggir la sorte ria.

E musica per li palazzi a sera
ognun facea per rallegrar la strada
e plausi a chi con grave sacrifizio,
per nostro ben, a vita sua non bada.

Lo tempo passa in questo novo ozio
e ognun nelle paure si rinnova
e nel pensier si vole che rinasca
un mondo che fraternità ritrova

e per voler mostrar non sia fuggiasca
la nova speme ch’al cor s’appella
per lo bisogno altrui si fa la cesta:
chi puote dà, l’altrui si volge a quella.

Così trascorre il tempo de la festa
che del Signor ricorda la vittoria;
contra la morte ognun si fia coraggio,
di quella speme ognun si fia memoria

e l’uom per tanto mal si fia più saggio,
attento al duol che l’egoismo arreca
e l’odio s’abbandoni qual misura
d’ogni pensier, che vita ha reso cieca.

Nota dell'autore:

«In questo periodo governato dalla pandemia, per vincere le paure e rinascere in un mondo nuovo, provando anche a giocare con qualcosa più grande di me.»

 
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Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza il consenso dell'Autore.

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